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venerdì 4 ottobre 2013

MODI DI DIRE: "L'è gelàa 'n àsen fo al punt vècc"

La rubrica, a cura di Ezio Maifrè, per capire i modi di dire dialettali, grazie alla spiegazione e ad un racconto specifico.
MODI DI DIRE: "L'è gelàa 'n àsen fo al punt vècc"
Foto di Giorgio Bieker
Questa rubrica settimanale dei "modi di dire", nel contesto del racconto, ha lo scopo di rammentare in gergo dialettale una espressione e non si riferisce a fatti e a persone.  
30 gennaio 1949. Un’aria tagliente spirava dal canalone del monte Masuccio mentre laggiù sopra le cime innevate dei monti di Carona un sole diafano scompariva tra le creste ghiacciate. L’acqua dell’Adda scorreva liscia come l’olio zigzagando sotto la spessa lastra di ghiaccio. I massi tondi sparsi qua e là nel greto del fiume formavano delle piccole isole. Era facile attraversare il fiume sopra quel ghiaccio. Il fiume irruente ora si era addormentato sotto la coperta di ghiaccio.
Erano i “giorni della merla “ notoriamente i più freddi dell’anno . La gente camminava intabarrata e di fretta,e appena poteva si rintanava al calduccio. La piazza Cavour era deserta . La statua in marmo della Maria Luisa, ammantata di neve, sembrava uno spettro. Chi poteva si chiudeva nelle stalle a scaldarsi con il fiato delle mucche, dei cavalli e degli asini. I più fortunati erano accanto al caminetto. Alcuni indigenti erano nel locale della stazione ferroviaria della F.A.V. addossati ai termosifoni.
Come ogni pomeriggio la nonna mi mandava a prendere il latte nella latteria che era presso la porta Poschiavina , all’inizio di via S. Carlo. Quella sera non volevo proprio andarci perché il termometro posto sul davanzale della cucina segnava meno tredici gradi sotto lo zero. Faceva un freddo boia. Lo si vedeva dai
“ fiori del freddo “ che si formavano sui vetri della cucina. Il vapore si condensava e gelava all’istante.
Nulla da fare. Dovetti ubbidire. Intabarrato da vedermi solo gli occhi, il naso e la bocca fumante mi avviai verso la piazza Cavour . Arrivato vicino al “ büi vècc “ , vidi l’acqua che silenziosa cadeva tra le canne ghiacciate e scompariva sotto lo spesso lastrone di ghiaccio. Incontrai l’anziano Frigulino che, come ogni pomeriggio, con il suo asino carico di due bidoncini di alluminio da cinquanta litri andava in latteria. Mi avviai con lui verso piazza Cavour.
Il freddo era pungente, ma quando imboccammo la Via S. Carlo, presso il ponte vecchio, il freddo si fece terribile. Frigulino legò l’asino alla sponda in ferro del ponte vecchio sull’Adda in modo che non intralciasse il traffico. Mi chiese se, per un istante, potevo tenere a bada l’asino mentre portava i bidoni in latteria. Occorre sapere che Frigulino ogni tanto perdeva la memoria e quando trovava degli amici se ne andava volentieri in osteria per fare una partita a carte e per bersi alcuni calici di vino Valtellina. Quella sera incontrò in latteria l’amico Stefanino, parlarono del più e del meno e se ne andarono all’osteria appresso, dimenticando l’asino e anche me. Per circa un’ora tenni a bada l’asino. Poi pensando all’ordine di mia nonna di tornare presto con il latte a casa abbandonai l’asino legato al parapetto del ponte in ferro sull’Adda accanto la porta Poschiavina.
In latteria mi riempirono di latte il mio secchiello e tornai dalla nonna, pensando che presto Frigulino sarebbe ritornato a riprendersi l‘ asino. Macché ! Frigulino stette sino a mezzanotte all’osteria, poi se ne andò a casa. Al mattino presto, quel ponte era frequentato da molti bambini e ragazzi che passavano di lì per andare a scuola o all’asilo. Faceva ancora un freddo boia. Tutti videro l’asino dritto, impalato, completamente gelato. Aveva gli occhi sbarrati, le orecchie come parafulmini , la bocca era aperta e i denti sembravano candelotti di ghiaccio. La coda era rimasta a mezz’aria e sembrava pennellasse il cielo. Qualcuno lo toccò. Brrrr, brrr….era di ghiaccio e si ruppe qualche pelo.
Chiamarono i pompieri pensando di rimuovere l’asino dal ponte senza mandarlo in frantumi. Sul ponte si formò una folla di curiosi talmente imponente che i vigili del fuoco temevano che il ponte crollasse per il peso . Passò mezz’ora tra consulti tra vigili e guardie. Intervenne anche il Sindaco che riconobbe l’asino del Frigulino. Chiamò una guardia e lo mandò a chiamare Frigulino. Dopo dieci minuti arrivò trafelato. Gridò ai curiosi: “ Fate largo ! Fate largo. E’ il mio asino. E’ gelato per colpa mia. L’ho dimenticato legato al parapetto del ponte ieri sera che faceva un freddo cane” . Aveva con sè due grosse coperte. Gliele gettò sulla schiena e poi gli parlò dolcemente in un orecchio accarezzandolo.
Dopo un ‘ora l’asino incominciò a muovere la coda, poi lentamente le orecchie, infine la bocca e poi ragliò sommessamente. Era fatta: le calde coperte e le dolci parole di Frigulino avevano sgelato l’asino. La folla applaudì. Se ne andarono a casa lentamente poiché le gambe dell’asino facevano ancora “ crich.. crich…. “ per il gelo.
La voce girò per il paese e i curiosi si chiedevano l’un l’altro cosa fosse successo al ponte vecchio dell’Adda. La risposta era sempre la stessa : “Nei giorni della merla ha fatto un freddo terribile: l’è gelàa ‘n àsen fò al punt vècc, è gelato un asino presso il ponte vecchio” . L’avventura dell’asino di Frigulino era finita bene e aveva insegnato che, nei “giorni della merla” , non ci si può attardare su quel ponte, poiché , così come è gelato l’asino del Frigulino chiunque gelerà, tale è il freddo che fa in quel luogo, nei giorni della merla.
Ezio Maifrè

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